diverso da chi?

Oggi mi è successa una cosa strana. Salgo, dopo una lunga e stancante giornata lavorativa, su una carrozza del treno che mi riporterà a casa. Il treno è abbastanza pieno sicché trovo posto vicino ad un ragazzo di colore, con un bel sorriso ed un bel i-phone tra le mani. Il suo vestiario e la sua borsa in pelle mi suggeriscono che non è uno dei tanti ragazzi profughi che popolano il treno su quella tratta. Forse uno dei figli delle tante famiglie di colore che abitano la nostra terra. D’altra parte non è che tutti i ragazzi di colore siano necessariamente dei richiedenti asilo. Prendo così in mano il mio libro e mi tuffo nella lettura.

Da subito mi accorgo che nella carrozza si vive una strana euforia, un senso di strana allegria ed una atmosfera un po’ chiassosa.  Non ci vuole molto a rendersi conto che sulla mia carrozza sta viaggiando anche un gruppo di ragazzi disabili, ragazzoni simpatici e un po’ sguaiati, accompagnati da due o tre educatori. I ragazzi scherzano tra loro, si lanciano battute e grida, evidentemente sovreccitati da questa “trasferta” fuori dall’ordinario.  Dopo qualche tentativo di lettura decido di desistere: chiudo il libro e lascio che questi inusuali passeggeri lascino libero sfogo alla loro gioia. Anche due ragazzi di colore (stavolta è chiaro che si tratta di richiedenti asilo), che siedono dietro di me, non si lamentano e lasciano fare.

Mi guardo attorno in questo strano viaggio di ritorno, circondato da un colorato gruppo di disabili, un distinto ragazzo di colore con suo i-phone e altri passeggeri africani di più umili origini. E mi chiedo: “ma chi è il diverso qui?”. Sì, perché se la diversità deve essere solo un puro fatto statistico, è evidente che in quella carrozza verso Lodi, l’unico diverso sono io. In fondo l’unico italiano di “pelle bianca”, senza (apparenti, vi assicuro: solo apparenti) disabilità resto io. Il resto della compagnia appartiene, in qualche misura, a qualche supposto “gruppo marginale”: extracomunitari, dalla pelle colorata o con difficoltà cognitive…

E così mi convinco ancora di più che la “normalità” è sempre una questione di prospettiva. Essa dipende dal punto di vista che si decide di assumere per osservare la realtà. Basta poco per diventare “diversi”: è sufficiente che cambino i passeggeri che salgono sulla tua carrozza. “Normali” o “diversi”: dipende da che parte guardi il mondo, dagli occhiali che usi, dalle scarpe che indossi per calpestare questa terra. Non serve molto per attraversare il confine della normalità e diventare “diversi”, così come con la stessa facilità è possibile rientrare nei ranghi della supposta “normalità”.

Forse faremmo bene a guardare con un briciolo di sospetto a queste categorie che tendono a classificare, giudicare ed escludere le persone. Forse ci potremmo tutti considerare “diversamente diversi” o, che ne so, “originalmente dissonanti”. Forse potremmo abbandonare la categoria del “diverso”, anche perché basta poco perché ci sorga un dubbio: ma diverso da chi?

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