non c’è dono senza il “grazie”

Non c’è vero dono senza il grazie; non c’è atto di gratuità senza il riconoscimento che si esprime attraverso le sei lettere di quella parola.

Intendiamoci: un dono resta un dono, anche se l’altro lo ignora o non gli presta particolare attenzione. La gratuità dell’atto nessuno la può togliere o sopprimere. Eppure solo quando nasce il senso della riconoscenza allora quel dono ha avuto successo e ha portato a termine la sua missione.

Solo la parola grazie, e con lei il senso profondo di riconoscenza che la anima, è in grado di confessare e celebrare quanto l’altro ci ha offerto con completo disinteresse. Solo quando sappiamo ringraziare l’autore del dono che esso diviene un gesto relazionale ed non solamente unidirezionale.

Ogni dono rischia di restare un atto asimmetrico, qualcosa di subìto ed ingiustificato, talvolta persino un poco inopportuno e violento. Un regalo è sempre un gesto potente e, in un certo qual modo, pericoloso, perché istituisce una dipendenza, una subordinazione, una condizione. Ti dono qualcosa e quindi, in qualche modo, godo di uno stato preferenziale, particolare, esclusivo. È in forza della parola “grazie” che inizia a interrompersi il movimento asimmetrico e si entra nel campo della reciprocità.

Nel ringraziare vi è anzitutto l’atto dell’onorare quanto mi è stato dato: “grazie” dice consapevolezza dell’autore del dono e della natura gratuita di quanto è successo. E poi, e soprattutto, il grazie esprime il senso del debito e, checché ne dica certa sensibilità individualista, la riconoscenza possiede una natura intrinsecamente relazionale. La consapevolezza di essere stato oggetto di un dono attiva il movimento della circolarità, del dare e del restituire, del donare e del corrispondere, in un moto virtuoso che alimenta e struttura i nostri legami.

Forse è per quello che facciamo così fatica a dire “grazie”, perché se lo dicessimo, ci troveremmo, in qualche modo, “legati” alla persona che ha donato, perché, sentendoci in debito, saremmo chiamati a restituire e quindi ad alimentare quel rapporto appena sorto.

È quello che è accaduto al lebbroso guarito da Gesù nel racconto di Luca di oggi: i nove lebbrosi sanati, ma ingrati, sono stati certo “guariti”, ma solo il lebbroso, samaritano e riconoscente, è stato “salvato”. Solo a lui, grazie al suo “grazie”, è stato fatto il dono della relazione con il Maestro; solo lui è entrato in quel circolo del dono che, unico, sa placare la fame di relazione del nostro cuore.  


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